|
Un percorso attraverso una serie di brani che possiamo considerare a tutti gli effetti classici di quel movimento, la nuova canzone latina, che in tutto il continente latino americano e nella penisola iberica si afferma a partire dagli inizi degli anni sessanta. Questo elenco, ovviamente parziale e assolutamente arbitrario, e' in espansione.
El chueco Maciel (Daniel Viglietti): una delle caratteristiche della canzone latina è anche quella di raccontare e immortalare storie che altrimenti andrebbero dimenticate. Come quella di Nelson Maciel, un ragazzino nato nei primi anni ’50 nel nord dell’Uruguay che aveva la caratteristica fisica di avere le gambe storte, ad archetto (la parola chueco significa appunto questo). La sua famiglia si sposta quando lui ancora è giovanissimo nella capitale, Montevideo, ma non hanno fortuna e finiscono a vivere in una favela. Qui inizia la leggenda di Maciel, che diventa una sorta di Robin Hood. Ruba, assalta banche, forse anche commette omicidi (non è accertato), ma quello che ricava lo condivide con le persone della favela. Muore a 20 anni, sotto le pallottole della polizia. Come sempre, la difficoltà di giudicare storie come questa è grande, ma ciò che interessante è che nella parte finale Viglietti riesce a oggettivare la storia di Maciel, rendendola metafora della sua patria, storta, iniqua. La poesia es un arma cargada de futuro (Paco Ibañez): Sulle parole di una poesia del poeta basco Gabriel Celaya, il cantautore valenciano Paco Ibañez crea una melodia bellissima, e il risultato è un canto tra i più alti di tutta la musica spagnola. Solo le pido a Dios (Leon Gieco): Questa canzone ha davvero il valore di un’inno in tante parti dell’America Latina. E’ un inno combattivo, la preghiera di un ateo si potrebbe dire. E’ un invito a vivere la vita, e a non lasciarsi vivere; ovviamente punta il dito contro le ingiustizie e contro la guerra. Soprattutto è una canzone contro l’indifferenza a ciò che accade fuori dalle quattro mura domestiche o dalla ristretta cerchia di conoscenza, l’indifferenza vista come il tumore della nostra società. Duerme negrito (Atahualpa Yupanqui): E’ una canzone tradizionale caraibica, che è stata però raccolta e resa internazionalmente celebre dall’argentino Atahualpa Yupanqui. Atahualpa è uno dei padri della canzone latino americana, e in lui si mescolano due elementi centrali della cultura latino americana, quella europea e quella india. Attraverso questa canzone, possiamo unire idealmente il terzo, quello nero. E’ anche una canzone dal forte radicamento sociale, e per questo Jara ha deciso di inserirla nel suo repertorio. A desalambrar (Daniel Viglietti): la canzone più celebre e tradotta di Daniel Viglietti, quella che gli ha dato la fama a livello internazionale come cantautore politico, oltre che il rispetto della critica. La canzone è un invito ad abbattere i recinti di fil di ferro, un invito al popolo a riappropriarsi della terra occupata dai padroni del paese. Bella e convincente l’interpretazione di Jara. Cantares (Joan Manuel Serrat): nell’abum che il cantautore catalano Joan Manuel Serrat dedica al poeta Antonio Machado, spicca questa composizione, nella quale Serrat costruisce un tessuto musicale molto flessibile per incastonare vari frammenti tratti da poesie del poeta andaluso, e che poi vengono integrati da alcuni versi creati ad hoc dallo stesso Serrat, con un risultato fortemente coerente. In particolare, pensando a tutte le nostre conversazioni sul futuro, quale frase più ad hoc di “Camminante, non c’è un cammino, il cammino lo si costruisce andando”? Soldadito boliviano (Paco Ibañez): altro piccolo capolavoro di Paco Ibañez che questa volta musica le parole del poeta cubano Nicolas Guillen. La poesia si riferisce a un tema ben noto, la morte di Che Guevara in Bolivia e con parole dirette, contundenti, si chiede a cosa serve uccidere un fratello ed essere al soldo dell’imperialismo straniero. A Salvador Allende (Oscar Chavez): questa è un’altra gemma, una canzone interpretata dal messicano Oscar Chavez dedicata a Salvador Allende, tra le tante scritte per “El Presidente”. Il rame, di cui si parla nella canzone, è metallo di cui il Cile abbonda, e che quindi rappresenta la terra cilena. A palo seco (Belchior): fin dalle prime pennate di chitarra, si comprende che Belchior è qualcosa di diverso da tutti gli altri cantautori brasiliani dal punto di vista musicale; come detto, è senz’altro più vicino a Silvio Rodriguez che a Chico Buarque de Hollanda. In questa canzone, forse la sua più perfetta e tra le più accorate dell’intera discografia latina, dichiara il suo anticonformismo con trasporto e passione, e ci riporta alla disperazione di un sistema profondamente iniquo La flor de la canela (Chabuca Granda): la canzone che più di ogni altra identifica il Perù è una celebrazione della semplicità del candore di una venditrice di strada, Victoria Angulo, che Chabuca conobbe nel periodo in cui lavorò all’interno di una farmacia, nel reparto prodotti di bellezza. La canzone ruota attorno a punti cardinali della “Lima d’antan”, una Lima antica che è ancora oggi perfettamente rintracciabile sulla mappa della città. Quello che tuttavia caratterizza più di ogni altra cosa la poetica di Chabuca Granda è l’inconfondibile ritratto che ci ha lasciato della Lima antica e signorile di fine ‘800, la Lima dei nobili palazzi in stile parigino, con portali immensi e con decorativi giardini invernali. E’ una città a tratti nostalgica quella di cui parla la Granda, in cui ogni ponte, ogni viale, ogni angolo sembrano lasciare profumi e aromi al passante o all’ascoltatore. Forse è una città del ricordo, alimentata dai racconti del padre; ma in questo suo essere una città che evoca atmosfere e sensazioni del passato, diventa quasi universale, e trasmette stimoli a qualunque persona che possa ritrovare nella sua memoria immagini e sapori del tempo che fu. Os indios da meia praia (José Afonso): Meia Praia è una spiaggia dell’Algarve, nel sud del Portogallo, rinomata località turistica. La canzone si riferisce ad un fatto accaduto nel 1974, pochi giorni dopo la “Rivoluzione dei garofani”, che depone il dittatore Salazar e sancisce il ritorno alla democrazia. Qui, su questa spiaggia immensa, un gruppo di pescatori poverissimi (che José Afonso ribattezza “indios” per il fatto di essere originari del posto ma anche per indicare la diversità fisica e culturale rispetto agli altri abitanti del luogo, più benestanti) decidono, in pieno fervore rivoluzionario, di abbandonare le vecchie capanne e costruire degli edifici in muratura per poter finalmente vivere dignitosamente. Questa meravigliosa canzone parla essenzialmente di questo gioioso clima di fermento, in cui finalmente sembra che anche “i poveri della terra” possano finalmente dire la loro, nonostante il fatto che, come si leggerà nella parte finale della canzone, ministeri e burocrazie non vedano certo di buon occhio quest’azione.
|